Ho camminato a lungo sulle ombre, poiché me ne piaceva il silenzio...
Psicoterapia, Dr.ssa Patrizia Giannini
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​Quando tutto arriva intero
​

Il Disturbo di Personalità visto da dentro

vista da dentro
Chi arriva su questa pagina, di solito, ha già letto molte descrizioni al riguardo.

Alcune scritte da altri personalmente, alcune trovate in disperate ricerche fatte di notte su internet, alcune ricevute in un ambulatorio insieme a una sigla e a poche parole di spiegazione. Quasi tutte dicono che cosa si fa. Poche dicono che cosa si prova mentre lo si fa. 
Questa pagina prova a dire la seconda cosa. Non aggiunge una diagnosi e non insegna nulla: descrive un modo di funzionare dall’interno, con parole che non appartengono soltanto ai manuali.

A volte le emozioni arrivano intere, totalizzanti

C’è una differenza tra sentire molto e sentirsi completamente dentro a ciò che si sente. 
Di solito, anche senza accorgercene, riusciamo a mantenere una piccola distanza tra noi e un’emozione: possiamo essere furiosi e, nello stesso tempo, sapere che siamo furiosi. Possiamo pensare «adesso mi sembra insopportabile, ma passerà», e una parte di noi riesce a crederci.

Quando quella distanza si perde, non si prova semplicemente rabbia: in quel momento tutto sembra rabbia.
Non si sente soltanto vergogna: ci si sente sbagliati.
Non si ha soltanto paura di essere abbandonati: si ha la certezza che l’altro se ne stia andando.
È questa differenza, apparentemente piccola, a cambiare moltissimo ciò che accade dopo.
Ciò che non si riesce a pensare tende a essere fatto. Non per scelta e non per calcolo. Perché l’unica via che resta, quando un’emozione non può essere contenuta nella mente, è il corpo o l’azione.

Quando l’altro non c’è, non c’è davvero

C’è una capacità che quasi nessuno si accorge di avere, perché funziona da sola: trattenere dentro di sé l’idea, l’immagine viva e buona di una persona anche quando quella persona non è presente. Sapere che esiste, che ci tiene, che tornerà, senza doverne avere la prova.
Quando questa capacità non tiene, l’assenza non è attesa: è sparizione. Non si tratta di insicurezza, e nemmeno di gelosia, anche se da fuori assomiglia a entrambe. Assomiglia più a un lutto che ricomincia da capo a ogni porta chiusa, a ogni messaggio non risposto, a ogni ora di lavoro dell’altro. E c’è una conseguenza che raramente viene detta: quando l’altro torna, non sempre torna anche la fiducia. Il corpo, con la mente, si è già preparato alla perdita, e disfare quella preparazione richiede più tempo di quanto la ragione ritenga sensato.

Le persone cambiano faccia

Dall’esterno viene chiamato «cambiare idea sulle persone». Dall’interno non è affatto questo.
Dall’interno, la persona buona di ieri non è semplicemente giudicata in modo diverso: non è proprio più raggiungibile per come la si pensava. Quella che si ha davanti adesso sembra la verità, finalmente svelata, e il ricordo dell’altra somiglia a un’ingenuità di cui forse vergognarsi. Poi il movimento si inverte, e ci si vergogna del contrario. 
Questa alternanza non è un difetto di giudizio. È una separazione che la mente mantiene attivamente, perché tenere insieme l’immagine amata e quella odiata della stessa persona, in un momento in cui la rabbia è al massimo, metterebbe in pericolo proprio l’immagine buona. Si tiene separato ciò che si ha paura di distruggere. È una protezione, e costa carissima: protegge il legame e insieme impedisce che diventi stabile.

Il vuoto non è semplice tristezza

La tristezza ha un oggetto: si è tristi per qualcosa. Il vuoto, no. 
È più vicino alla domanda che resta senza risposta quando non c’è nessuno davanti: chi sono io se non sto rispondendo a qualcuno. Molte persone con questo funzionamento raccontano di cambiare in modo consistente a seconda di chi hanno di fronte, non per doppiezza, ma perché quello è l’unico modo che conoscono per esistere in modo definito. E raccontano invece di sentirsi, da sole, poco più che niente. 
È anche il motivo per cui domande apparentemente semplici: che lavoro vorresti fare, che cosa ti piace, che tipo di persona sei, possono risultare insopportabili. Non manca la risposta: manca la continuità che permetterebbe alla risposta di valere ancora domani.

Il sentimento di rifiuto può essere molto più grande di ciò che è accaduto


A volte basta pochissimo. Una risposta più fredda, un messaggio che tarda ad arrivare, uno sguardo diverso, una serata in cui l’altro preferisce fare qualcosa senza di noi. Qualcosa che potrebbe essere semplicemente fastidioso o doloroso diventa improvvisamente la prova di qualcosa di molto più grande: non mi vuoi più. Ti sei stancato di me. Non conto abbastanza. Mi stai lasciando. 

E in quel momento non sembra un’interpretazione. Sembra semplicemente la realtà. 
Per questo anche rassicurazioni ragionevoli come: «ero al lavoro», «avevo bisogno di stare un po’ da solo», «sono arrabbiato, ma non significa che voglia lasciarti», possono non riuscire ad arrivare davvero. Quando ci si sente rifiutati, tutto ciò che fino a poco prima testimoniava l’affetto dell’altro può diventare improvvisamente lontano, quasi irraggiungibile.
E il rifiuto può trasformarsi rapidamente in un giudizio su di sé: se non mi vuole, significa che non sono abbastanza; se preferisce qualcun altro, valgo meno; se si allontana, c’è qualcosa di sbagliato in me. Abbandono e inadeguatezza finiscono così per diventare quasi la stessa esperienza: se mi lasci, è perché non merito che tu rimanga. 

Da fuori la reazione può sembrare sproporzionata. Da dentro, invece, non si sta reagendo soltanto a un messaggio senza risposta o a una frase infelice: ci si sente respinti, abbandonati, umiliati o maltrattati proprio dalla persona dalla quale si aveva bisogno di sentirsi al sicuro. E allora si può attaccare per primi, cercare continue conferme, controllare l’altro o lasciarlo prima che sia lui ad andarsene.
Imparare a distinguere ciò che si teme da ciò che sta realmente accadendo non significa pensare che sia sempre tutto nella propria testa. Esistono rifiuti reali, abbandoni reali e relazioni in cui si viene realmente maltrattati. Significa riuscire, poco alla volta, a chiedersi: che cosa ha fatto davvero l’altro? Che cosa ho sentito io? Quanto le due cose coincidono?
Tra queste domande comincia ad aprirsi uno spazio. Ed è spesso proprio in quello spazio che una relazione può smettere di essere continuamente sul punto di finire.

Sono io la persona sbagliata, o sei tu che mi fai male?


Ci sono momenti in cui è difficile capire dove stia il problema.
A volte la risposta sembra chiarissima: sono io. Sono io la persona troppo sensibile, troppo difficile, troppo bisognosa. Ho rovinato tutto. Se l’altro si allontana, si arrabbia o non mi capisce, deve esserci qualcosa di sbagliato in me. E allora arrivano la vergogna, il senso di colpa, il bisogno di chiedere scusa, qualche volta anche per cose di cui non si è davvero responsabili.
Altre volte accade quasi il contrario. La certezza diventa: sei tu. Sei tu che mi ferisci, che non mi capisci, che mi trascuri, che mi fai sentire così. Ciò che poco prima sembrava colpa propria diventa colpa dell’altro, e la persona amata può apparire improvvisamente egoista, ingiusta, insensibile.
Il problema è che, mentre si è dentro uno di questi due stati, l’altro diventa difficile da ricordare, da mettere insieme.
Quando mi sento io la parte sbagliata, faccio fatica a vedere ciò che anche tu hai fatto per ferirmi. Quando mi sento io la parte ferita da te, faccio fatica a ricordare ciò che di buono esiste tra noi e quale parte posso avere avuto anch’io in quello che è successo.
Così si può oscillare tra due conclusioni opposte: «è tutta colpa mia» e «è tutta colpa tua». Entrambe, ognuna nel momento in cui arriva, sembrano completamente vere.
La parte più difficile è riuscire a pensare qualcosa di molto meno netto: posso avere sbagliato senza che questo faccia di me una persona sbagliata. Tu puoi avermi ferito senza essere una persona cattiva. Posso amarti ed essere in collera con te. Posso riconoscere la mia parte senza cancellare la tua. 
E soprattutto posso chiedermi se quello che sento racconta interamente ciò che sta accadendo tra noi, oppure soltanto una parte.
Questo non significa dubitare sempre di se stessi. A volte l’altro ci sta davvero trattando male, e riconoscerlo è importante. Significa conquistare la possibilità di guardare contemporaneamente me, te e ciò che sta succedendo tra noi, senza essere costretti a scegliere ogni volta chi dei due deve essere quello sbagliato.

I gesti che non si riescono a spiegare

Tagliarsi, bere, mangiare fino a stare male o smettere di mangiare, sparire per giorni, guidare troppo veloce, mandare all’aria in un’ora qualcosa costruito in mesi.
Da fuori questi gesti vengono letti come richiami, ricatti, teatro. Chi li compie sa che quasi mai è così. Molto più spesso sono il modo più rapido conosciuto per far finire qualcosa che, altrimenti, non sembra avere fine: un’intensità che non si abbassa, un vuoto che non si riempie, una vergogna che non passa. A volte sono l’unico modo per rendere visibile all’esterno un dolore che nessuna parola sta riuscendo a mostrare.
Dirlo non significa considerarli innocui. Significa che non sono debolezza di carattere, e che l’unica strada che li riduce davvero è che quel dolore trovi una forma dicibile prima di dover essere agito. 

E se in questo momento il rischio è concreto e immediato, non è il momento di leggere: si può chiamare il 112, andare al pronto soccorso più vicino, o rivolgersi al servizio di salute mentale del proprio territorio.

Non è un carattere sbagliato

«Disturbo di personalità» è una formula che suona come una condanna del carattere, e viene spesso vissuta così. Descrive invece un modo di organizzarsi che si è costruito nel tempo, per ragioni che avevano un senso quando si sono formate, e che oggi continua a funzionare anche là dove non serve più.
Due cose discendono da qui, e sono entrambe verificabili.
La prima è che questo modo di funzionare non coincide con la persona: descrive come si regge in piedi, non chi è.
La seconda è che ciò non è stabile.
L’organizzazione della personalità si modifica, e i trattamenti costruiti specificamente per questo funzionamento sono stati studiati in ricerche controllate, con risultati che riguardano non solo i sintomi ma il modo di stare nelle relazioni e di vivere le esperienze.

Riconoscersi non è una diagnosi
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Molte persone si ritrovano in descrizioni come queste senza avere un disturbo di personalità. Alcune di quelle esperienze appartengono a periodi difficili, ad altre condizioni, o semplicemente all’essere vivi in un momento complicato. Ciò che distingue non è l’intensità di un singolo episodio, ma quanto a lungo dura, quanto si estende a tutti gli ambiti della vita e quanto pesa sul senso di sé.
Questa differenza non si stabilisce leggendo. Si stabilisce in una valutazione fatta con calma, in cui viene chiesto di raccontare non solo i sintomi ma la storia delle proprie relazioni e il modo in cui ci si vede. 
E c’è una cosa che vale la pena sapere prima di qualunque valutazione: nominare un funzionamento non serve a etichettarlo. Serve a renderlo pensabile.
Fino a quando resta senza nome, si presenta come una serie di episodi in cui si è sbagliato tutto da soli.


Letture e riferimenti:
Kernberg O.F. (1975), Borderline Conditions and Pathological Narcissism, Jason Aronson 
Kernberg O.F. (1984), Severe Personality Disorders: Psychotherapeutic Strategies, Yale University Press
Klein M. (1946), Notes on Some Schizoid Mechanisms, International Journal of Psycho-Analysis, 27, 99-110 
Bion W.R. (1962), Learning from Experience, Heinemann 
Adler G., Buie D.H. (1979), Aloneness and Borderline Psychopathology: The Possible Relevance of Child Development Issues, International Journal of Psycho-Analysis, 60, 83-96
Downey G., Feldman S.I. (1996), Implications of Rejection Sensitivity for Intimate Relationships, Journal of Personality and Social Psychology, 70(6), 1327-1343 
Yeomans F.E., Clarkin J.F., Kernberg O.F. (2015), Transference-Focused Psychotherapy for Borderline Personality Disorder: A Clinical Guide, American Psychiatric Publishing 
Clarkin J.F., Levy K.N., Lenzenweger M.F., Kernberg O.F. (2007), Evaluating Three Treatments for Borderline Personality Disorder: A Multiwave Study, American Journal of Psychiatry, 164(6), 922-928
​Doering S., Hörz S., Rentrop M. et al. (2010), Transference-Focused Psychotherapy v. Treatment by Community Psychotherapists for Borderline Personality Disorder: Randomised Controlled Trial, British Journal of Psychiatry, 196(5), 389-395
         
Sè - Altro
Aree sintomatologiche
DBP, il disturbo borderline di personalità
La Transference-focused Psychotherapy
dr.ssa Patrizia Giannini

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