Ho camminato a lungo sulle ombre, poiché me ne piaceva il silenzio...
Psicoterapia, Dr.ssa Patrizia Giannini
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Quando la sofferenza riguarda chi ci è vicino





​Capire il disturbo di personalità
​quando a soffrirne ​è un figlio, un partner, un fratello.

Interno di Palazzo
Chi arriva qui di solito non sta cercando informazioni su di sé. 
Sta cercando di capire perché la persona che ama può dirgli, nello spazio di un pomeriggio, di essere l’unica cosa che la tiene in vita e poi di essere la causa di tutto il suo male.
Perché una frase apparentemente innocua abbia scatenato una reazione sproporzionata.
Perché un ritardo di venti minuti diventi un abbandono.
Perché, proprio quando le cose sembravano migliorare, tutto sia crollato di nuovo.

Chi arriva qui, spesso, si sta anche chiedendo in silenzio se sia colpa sua.

Non è capriccio, e non è manipolazione
La prima cosa da dire è che quei comportamenti hanno una logica. Non sono arbitrari, non sono teatro, non sono un modo per far soffrire chi sta intorno.
Sono il modo in cui una persona, che non dispone di a
ltri strumenti, cerca di sopravvivere a un dolore che dall’esterno è quasi impossibile immaginare.

Tre difficoltà, in particolare, possono spiegare quelle esperienze:

La prima è la difficoltà a regolare le emozioni.
Le emozioni non sono soltanto più intense: sono anche più rapide, e mancano gli strumenti interni per attenuarle. Tutti noi, dopo una lite, riusciamo a dirci che passerà, che ne parleremo domani, che la persona che abbiamo davanti ci vuole comu
nque bene. Chi ha un funzionamento borderline questa operazione non riesce a farla. La rabbia, la vergogna, il terrore arrivano intensi e assoluti e non si lasciano diluire, pensare, elaborare. E quando un’emozione non si può pensare, tende a essere agita: nel gesto autolesivo, nell’alcol, nella fuga, nel cibo, nell’urlo.

La seconda è l’intolleranza della solitudine.
Non si tratta di non tollerare la solitudine di per sé. Si tratta di non riuscire, quando l’altro non c’è, a tenerne dentro di sé un’immagine viva e buona. L’altro non sopravvive nella mente. Quando una persona cara parte, la maggior parte di noi ne sente la mancanza ma continua a sapere che esiste e che tornerà. Per chi ha questo funzionamento, l’assenza viene vissuta come una scomparsa: la memoria affettiva non tiene, e ogni separazione (una vacanza, un turno di lavoro, un ritardo, una porta chiusa) può essere vissuta come un abbandono definitivo. Similmente entra in gioco l’esperienza del rifiuto da parte dell’altro, un vissuto insopportabile.

La terza è il pensiero tutto-o-nulla.
Le persone non vengono percepite come un insieme di aspetti buoni e cattivi, ma alternativamente come completamente buone o completamente cattive. Questo spiega il ribaltamento che vi lascia senza fiato, non è che vostro figlio o la vostra compagna cambi idea su di voi. È che, in quel momento, sta vivendo un’altra versione di voi, e la versione precedente non è più raggiungibile. Non è ipocrisia: è che le due immagini non riescono a stare insieme nella stessa mente nello stesso momento. E quell’unica immagine diviene intensificata e assoluta, non vi è la possibilità di integrarla con delle idee o dei ricordi che permettano di non rendere radicale e polarizzato quanto vissuto.

Perché il miglioramento può far paura.
C’è un fenomeno che quasi tutte le famiglie osservano e quasi nessuna riesce a spiegarsi: la crisi arriva proprio quando le cose stavano andando meglio. Dopo un esame superato, dopo un periodo di lavoro regolare, dopo settimane di calma.
Ha una sua coerenza. Stare meglio significa avere meno bisogno degli altri, e per chi teme l’abbandono più di ogni altra cosa, avere meno bisogno significa rischiare di non essere più visto, considerato, tenuto con sé. La ricaduta, in questa logica, non è un fallimento: è un modo per verificare che ci siete ancora.
Da qui una conseguenza pratica, controintuitiva ma importante: meglio accogliere i progressi con calore misurato. Un entusiasmo eccessivo («sei guarito», «ce l’hai fatta», «ora andrà tutto bene») comunica senza volerlo che la vostra presenza sta per diventare superflua, e che nessuna difficoltà è più ammessa. Riconoscere lo sforzo e insieme dire che la strada è ancora lunga protegge molto più di una promessa di guarigione.

Che cosa aiuta davvero:

Tenere la temperatura bassa.
Non significa evitare i conflitti o fingere che vada tutto bene: significa affrontarli senza alzare la voce e senza restituire l’accusa. In una discussione con una persona in piena tempesta emotiva, nessun argomento razionale può vincere. Il primo obiettivo non è avere ragione: è abbassare l’intensità perché la ragione possa tornare a essere ascoltabile.

Ascoltare senza dover essere d’accordo.
Se vostra figlia vi dice che non l’avete mai amata, la tentazione è di elencare tutte le prove del contrario. È comprensibile, ma è inutile: negare un sentimento non lo cancella, lo rende più rumoroso. Si può riconoscere ciò che l’altro prova: «ti senti non amata da me», senza per questo dichiarare che quel sentimento corrisponde ai fatti. Riconoscere non è approvare.

Dire con chiarezza quali sono i limiti, e mantenerli.
Un limite annunciato e poi ritirato insegna che le regole si spostano se si alza abbastanza la voce. Meglio un limite piccolo che siete davvero in grado di sostenere, che un ultimatum grande a cui non credete nemmeno voi.

Non proteggere sempre dalle conseguenze.
È forse la cosa più difficile che si chiede a un familiare. Riparare ogni danno, coprire ogni debito, evitare ogni imbarazzo toglie alla persona amata l’unica cosa che a volte insegna davvero qualcosa: il contatto con la realtà. Attenzione, però: questo non vale mai per la sicurezza. Di fronte a un rischio concreto per l’incolumità, la protezione viene prima di tutto e va cercato un aiuto reale.

Non tenere segreti o il silenzio sui gesti autolesivi.
Le minacce e i gesti vanno presi sul serio senza panico, nominati apertamente in famiglia e comunicati ai clinici che seguono la persona. Il silenzio, pensato per proteggere, quasi sempre alza la posta.

Mettersi d’accordo tra adulti.
Quando un genitore concede e l’altro nega, il conflitto si sposta dentro la coppia genitoriale e il comportamento resta immutato. Non serve che siate della stessa opinione: serve che arriviate a una linea comune che entrambi siate in grado di sostenere.

Non rinunciare alla vostra vita.
Le famiglie tendono a isolarsi, per vergogna o per stanchezza. Ma un genitore esausto e senza più amicizie non è un genitore più utile: è solo un genitore più fragile. Concedersi tempo, riposo e momenti di leggerezza non è un tradimento. È una condizione perché possiate reggere.

Se la persona che vi preoccupa è un adolescente:
Con un figlio adolescente il quadro è più complesso.
Molti dei segnali che vi allarmano (l’instabilità emotiva, la sperimentazione di ruoli, i conflitti con voi, le domande su chi è e cosa vuole diventare) appartengono alla crisi di identità fisiologica di quell’età, sono transitori e si risolvono da soli.
Ciò che distingue una difficoltà evolutiva da un funzionamento borderline non è l’intensità della crisi, ma la sua persistenza e la sua pervasività: quando la discontinuità nel senso di sé e degli altri è duratura, si estende a tutti gli ambiti di vita e produce sofferenza cronica, allora la valutazione è indicata anche prima dei diciotto anni.

Dire questo non significa etichettare. Significa il contrario: in adolescenza il cervello è ancora in trasformazione, e la stessa plasticità che rende i ragazzi più vulnerabili li rende anche più ricettivi a un intervento mirato. Riconoscere per tempo permette di intervenire quando le strutture non si sono ancora irrigidite. Una diagnosi attenta e prudente, ma precoce, non chiude una strada,  ne apre una.

C’è poi un punto che i genitori faticano a sentirsi dire, e che invece va detto con rispetto: con gli adolescenti la famiglia entra nel trattamento. Non come imputata, ma come parte. Molti comportamenti che sembrano diretti contro di voi hanno la funzione di regolare la distanza da voi: avvicinarvi quando l’angoscia di abbandono cresce, allontanarvi quando l’intimità diventa insopportabile. Finché questo meccanismo resta invisibile a tutti, continua a restare attivo.

Per questo, nel trattamento degli adolescenti il contratto terapeutico non è a due ma a tre: il ragazzo, il terapeuta e i genitori.
Ciascuno si assume una parte. E per questo la valutazione prevede incontri separati con ciascun genitore, incontri con la coppia genitoriale e colloqui individuali con il ragazzo, con regole di riservatezza chiarite fin dall’inizio: quanto viene detto in seduta resta in seduta, salvo il caso in cui vi sia un pericolo reale.

Va anche messo in conto qualcosa che accade quasi sempre. L’arrivo di un terapeuta introduce un terzo nelle relazioni familiari, e questo muove equilibri antichi. C’è chi delega tutto, sperando in un salvatore che risolva; c’è chi teme, senza dirselo, che il terapeuta gli tolga autorevolezza agli occhi del figlio. Sono reazioni normali e non vanno nascoste, portarle alla luce fa parte del lavoro, e ignorarle è il modo più sicuro per farle diventare un ostacolo.

Potete essere una risorsa
I disturbi di personalità hanno origini complesse e si sviluppano nel tempo attraverso l’interazione di molteplici fattori individuali, relazionali e ambientali. Cercare un’unica causa, o individuare qualcuno a cui attribuirne la responsabilità, non aiuta a comprenderli e tanto meno ad affrontarli.

Questo non significa, però, che ciò che accade nelle relazioni familiari sia irrilevante. La famiglia, o la coppia, non è spettatrice, è parte del contesto affettivo e relazionale in cui la persona vive e può avere un ruolo importante nel sostenere il percorso di cura, soprattutto nei momenti di crisi, quando aumenta il rischio di interrompere il trattamento o quando il cambiamento stesso può suscitare paura e resistenze.

Non potete fare la terapia al posto della persona che soffre. Potete però imparare a riconoscere alcune dinamiche che tendono a ripetersi, comprendere meglio ciò che accade nelle relazioni e trovare modalità di risposta che non alimentino involontariamente conflitti e circoli viziosi.

Non si tratta quindi di cercare colpevoli, ma di comprendere ciò che accade e di chiedersi che cosa ciascuno, dal proprio posto, possa fare perché qualcosa cambi.

È possibile richiedere un colloquio per comprendere meglio le possibilità di intervento, anche quando la persona di cui vi preoccupate non è ancora disponibile a farsi aiutare. Spesso è il primo passo praticabile, e a volte è quello che rende possibile il secondo.
Drei Madchen am Fenster, 1939
Karl Hofer
Il Disturbo di personalità visto da dentro
Il Disturbo di personalità
Terapia TFP
Qui per la lettura un'utile guida di orientamento per i familiari
redatta dal McLean Hospital da J.G. Gunderson e C. Berkowitz, e tradotta da M.E. Ridolfi

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Letture e riferimenti

Gunderson J.G., Berkowitz C., Linee guida per i familiari, Programma di Gruppo Multifamiliare, McLean Hospital (trad. it. a cura di M.E. Ridolfi). 
Kernberg O.F. (1984), Severe Personality Disorders: Psychotherapeutic Strategies, Yale University Press
Yeomans F.E., Clarkin J.F., Kernberg O.F. (2015), Transference-Focused Psychotherapy for Borderline Personality Disorder: A Clinical Guide, American Psychiatric Publishing
Normandin L., Ensink K., Weiner A., Kernberg O.F., Transference-Focused Psychotherapy for Adolescents with Severe Personality Disorders (per la parte TFP-A)
dr.ssa Patrizia Giannini

Psicologa Psicoterapeuta 

TFP Therapist 


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