CHE COS'E' IL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA'?
Il termine “disturbo di personalità” può suonare stigmatizzante o giudicante. Per questo è utile chiarire che si tratta di una categoria descrittiva: indica modalità di funzionamento emotivo e relazionale che tendono a essere persistenti nel tempo e a influenzare in modo stabile l’esperienza di sé e degli altri. A differenza di molti disturbi “episodici” (che compaiono in fasi circoscritte), i disturbi di personalità riguardano soprattutto due aree: il senso interno di identità e la qualità delle relazioni interpersonali. Non a caso, nelle formulazioni più recenti del DSM l’accento è posto in maniera più esplicita su questi due pilastri: Sé e relazioni con l’altro.
Profili diversi, stessa struttura di base
I disturbi di personalità descritti nel DSM presentano spesso caratteristiche sovrapposte: molte persone mostrano un “mix” di tratti. Ciò che rende clinicamente rilevante un disturbo, però, non è la presenza occasionale di un tratto, ma il fatto che quel modo di funzionare si esprima con regolarità, con poca flessibilità e con un impatto tale da generare sofferenza o difficoltà significative nella vita emotiva e relazionale.
Nel Disturbo Borderline di Personalità (DBP) esistono presentazioni differenti: alcuni pazienti appaiono più impulsivi e con rabbia manifesta; altri, più “silenziosi”, mostrano soprattutto senso di vuoto, timore dell’abbandono, sentimenti depressivi e oscillazioni più sottili nella percezione degli altri (ad esempio passaggi dall’idealizzazione alla svalutazione o al disprezzo, talvolta poco esplicitati). Per questo, nella pratica clinica è importante comprendere quali aspetti siano più centrali per quella persona specifica.
Quattro aree di difficoltà tipiche
Una sintesi utile per spiegare il DBP è considerarlo come un insieme di difficoltà che tendono a concentrarsi in quattro dimensioni:
Quest’ultimo aspetto spesso funge da “motore” degli altri: quando l’identità è fragile, anche le emozioni e le relazioni diventano più difficili da regolare.
Il nucleo: una identità “divisa” e una rappresentazione scissa di sé e degli altri
Dal nostro punto di vista, molte manifestazioni del DBP sono meglio comprese se si considera la presenza di un senso del Sé e dell’Altro che tende a essere scisso: diverse immagini di sé e degli altri risultano contraddittorie, ma vengono vissute come “assolutamente vere” nel momento in cui emergono. Non è tanto che il paziente “finga”: è che, in stati emotivi diversi, il suo mondo interno si organizza attorno a rappresentazioni differenti, spesso difficili da tenere insieme.
Esempi clinici comuni sono oscillazioni tra:
un Sé che si percepisce moralmente rigidissimo e un Sé che, in altre circostanze, agisce in modo incongruente rispetto a quell’immagine;
Le diadi interne: Sé–Altro–Affetto
È utile pensare che la mente organizzi l’esperienza in “micro-scene” interne costituite da:
Nel DBP il repertorio di queste scene interne tende a essere composto da coppie tra loro incompatibili, che non vengono integrate. Il risultato soggettivo può essere: confusione, ansia, depressione e soprattutto un vissuto di vuoto, legato all’assenza di una continuità interna stabile.
Come si forma questa scissione
La personalità può essere intesa come il modo abituale in cui una persona percepisce se stessa, gli altri e il mondo, e come interagisce con essi. Questi pattern si costruiscono a partire dalle esperienze ripetute, soprattutto nelle relazioni precoci con figure significative, dove affetti intensi (piacere/frustrazione, sicurezza/minaccia) vengono associati a specifici modi di vivere sé e l’altro. Nelle fasi iniziali dello sviluppo, queste rappresentazioni tendono a essere più estreme e polarizzate: non sono “fotografie oggettive” del reale, ma organizzazioni affettive influenzate anche dal temperamento individuale.
Nello sviluppo psicologico più integrato, col tempo tali rappresentazioni diventano più complesse: si impara che una persona può avere aspetti buoni e aspetti problematici, e che le emozioni negative non cancellano le emozioni positive. Il Sé sano può contenere contemporaneamente qualità diverse (ad esempio sentirsi capace, ma con ancora qualcosa da imparare), senza percepirle come minacciose o incompatibili.
Nel DBP, invece, questa integrazione è incompleta: alcune rappresentazioni restano separate e si attivano in modo alternato. Così, piccoli eventi possono innescare passaggi bruschi: un gesto dell’altro può far emergere un’esperienza di valore e sicurezza, mentre una minima frustrazione può precipitare il vissuto di rifiuto o indegnità. Quando l’identità è organizzata in modo scisso, la realtà viene facilmente letta in termini “tutto o nulla”, con perdita di continuità.
Estensione alle relazioni: il mondo interpersonale diventa un regolatore del Sé
Quando in un dato momento è attiva una specifica immagine di sé, tende ad attivarsi anche una specifica immagine dell’altro. Se il paziente si sente “giusto e morale”, può percepire gli altri come trascurati o indegni; se si sente “vittima innocente”, può esperire l’altro come persecutorio; se si sente “bisognoso e accudito”, può idealizzare l’altro come perfetto. È importante, in terapia, distinguere quanto queste percezioni siano colorate dal mondo interno e quanto descrivano aspetti effettivamente realistici delle relazioni esterne.
Per questo motivo, il lavoro sul transfert (il modo in cui il paziente vive la relazione con il terapeuta) è particolarmente utile: consente di confrontare l’esperienza soggettiva del paziente con ciò che, nel qui-e-ora, appare osservabile nella relazione. Con il tempo emerge spesso che il paziente “ha bisogno” di vivere l’altro – incluso il terapeuta – come incarnazione della parte opposta della diade attiva. In tal modo, l’esperienza degli altri risulta divisa e polarizzata quanto l’esperienza del Sé.
Perché compaiono gli altri criteri del DBP
Quando una persona deve evitare alcune parti di sé (ad esempio l’odio, o al contrario il bisogno e la dipendenza) perché vissute come pericolose o intollerabili, il risultato è instabilità interna. Di conseguenza, gli altri diventano – spesso inconsapevolmente – strumenti cruciali per la regolazione del Sé: non più semplicemente partner relazionali, ma “supporti” necessari a mantenere un’immagine di sé tollerabile.
Se, ad esempio, una persona può sentirsi adeguata solo quando si percepisce stimata o speciale, tenderà a controllare molte variabili relazionali per evitare di contattare la propria inadeguatezza. Analogamente, se non riesce a tollerare la propria ostilità o il proprio disprezzo, può facilmente attribuirli agli altri e percepire l’altro come giudicante o crudele. Quando gli altri non svolgono il ruolo che il paziente, senza esserne consapevole, assegna loro (o quando si allontanano, deludono o rifiutano), si può attivare un’intensa cascata affettiva: rabbia, disperazione, agiti impulsivi, ideazione suicidaria transitoria o comportamenti para-suicidari.
Il razionale della Transference-Focused Psychotherapy (TFP)
Questa comprensione del DBP come organizzazione scissa delle rappresentazioni di sé e dell’altro è alla base dello sviluppo della TFP: un trattamento che utilizza sistematicamente il lavoro sul transfert per identificare, chiarire e integrare le diadi scisse, riducendo acting-out e instabilità, e favorendo un’identità più coerente e relazioni più stabili.
Profili diversi, stessa struttura di base
I disturbi di personalità descritti nel DSM presentano spesso caratteristiche sovrapposte: molte persone mostrano un “mix” di tratti. Ciò che rende clinicamente rilevante un disturbo, però, non è la presenza occasionale di un tratto, ma il fatto che quel modo di funzionare si esprima con regolarità, con poca flessibilità e con un impatto tale da generare sofferenza o difficoltà significative nella vita emotiva e relazionale.
Nel Disturbo Borderline di Personalità (DBP) esistono presentazioni differenti: alcuni pazienti appaiono più impulsivi e con rabbia manifesta; altri, più “silenziosi”, mostrano soprattutto senso di vuoto, timore dell’abbandono, sentimenti depressivi e oscillazioni più sottili nella percezione degli altri (ad esempio passaggi dall’idealizzazione alla svalutazione o al disprezzo, talvolta poco esplicitati). Per questo, nella pratica clinica è importante comprendere quali aspetti siano più centrali per quella persona specifica.
Quattro aree di difficoltà tipiche
Una sintesi utile per spiegare il DBP è considerarlo come un insieme di difficoltà che tendono a concentrarsi in quattro dimensioni:
- Regolazione emotiva: emozioni intense, facilmente attivate, talora rapidamente mutevoli.
- Relazioni: legami conflittuali, instabili o caratterizzati da forti tensioni.
- Comportamenti impulsivi o autodanneggianti: agiti che possono essere auto-sabotanti o rischiosi.
- Identità: senso di sé poco stabile o poco coerente, con difficoltà a mantenere una continuità interna.
Quest’ultimo aspetto spesso funge da “motore” degli altri: quando l’identità è fragile, anche le emozioni e le relazioni diventano più difficili da regolare.
Il nucleo: una identità “divisa” e una rappresentazione scissa di sé e degli altri
Dal nostro punto di vista, molte manifestazioni del DBP sono meglio comprese se si considera la presenza di un senso del Sé e dell’Altro che tende a essere scisso: diverse immagini di sé e degli altri risultano contraddittorie, ma vengono vissute come “assolutamente vere” nel momento in cui emergono. Non è tanto che il paziente “finga”: è che, in stati emotivi diversi, il suo mondo interno si organizza attorno a rappresentazioni differenti, spesso difficili da tenere insieme.
Esempi clinici comuni sono oscillazioni tra:
un Sé che si percepisce moralmente rigidissimo e un Sé che, in altre circostanze, agisce in modo incongruente rispetto a quell’immagine;
- un Sé vittimizzato e innocente che convive, in altri momenti, con un Sé ostile o svalutante;
- un Sé autosufficiente e sprezzante che può alternarsi a fasi di vulnerabilità intensa, tristezza o disperazione.
Le diadi interne: Sé–Altro–Affetto
È utile pensare che la mente organizzi l’esperienza in “micro-scene” interne costituite da:
- una rappresentazione di Sé,
- una rappresentazione dell’Altro,
- un affetto dominante che collega le due immagini.
Nel DBP il repertorio di queste scene interne tende a essere composto da coppie tra loro incompatibili, che non vengono integrate. Il risultato soggettivo può essere: confusione, ansia, depressione e soprattutto un vissuto di vuoto, legato all’assenza di una continuità interna stabile.
Come si forma questa scissione
La personalità può essere intesa come il modo abituale in cui una persona percepisce se stessa, gli altri e il mondo, e come interagisce con essi. Questi pattern si costruiscono a partire dalle esperienze ripetute, soprattutto nelle relazioni precoci con figure significative, dove affetti intensi (piacere/frustrazione, sicurezza/minaccia) vengono associati a specifici modi di vivere sé e l’altro. Nelle fasi iniziali dello sviluppo, queste rappresentazioni tendono a essere più estreme e polarizzate: non sono “fotografie oggettive” del reale, ma organizzazioni affettive influenzate anche dal temperamento individuale.
Nello sviluppo psicologico più integrato, col tempo tali rappresentazioni diventano più complesse: si impara che una persona può avere aspetti buoni e aspetti problematici, e che le emozioni negative non cancellano le emozioni positive. Il Sé sano può contenere contemporaneamente qualità diverse (ad esempio sentirsi capace, ma con ancora qualcosa da imparare), senza percepirle come minacciose o incompatibili.
Nel DBP, invece, questa integrazione è incompleta: alcune rappresentazioni restano separate e si attivano in modo alternato. Così, piccoli eventi possono innescare passaggi bruschi: un gesto dell’altro può far emergere un’esperienza di valore e sicurezza, mentre una minima frustrazione può precipitare il vissuto di rifiuto o indegnità. Quando l’identità è organizzata in modo scisso, la realtà viene facilmente letta in termini “tutto o nulla”, con perdita di continuità.
Estensione alle relazioni: il mondo interpersonale diventa un regolatore del Sé
Quando in un dato momento è attiva una specifica immagine di sé, tende ad attivarsi anche una specifica immagine dell’altro. Se il paziente si sente “giusto e morale”, può percepire gli altri come trascurati o indegni; se si sente “vittima innocente”, può esperire l’altro come persecutorio; se si sente “bisognoso e accudito”, può idealizzare l’altro come perfetto. È importante, in terapia, distinguere quanto queste percezioni siano colorate dal mondo interno e quanto descrivano aspetti effettivamente realistici delle relazioni esterne.
Per questo motivo, il lavoro sul transfert (il modo in cui il paziente vive la relazione con il terapeuta) è particolarmente utile: consente di confrontare l’esperienza soggettiva del paziente con ciò che, nel qui-e-ora, appare osservabile nella relazione. Con il tempo emerge spesso che il paziente “ha bisogno” di vivere l’altro – incluso il terapeuta – come incarnazione della parte opposta della diade attiva. In tal modo, l’esperienza degli altri risulta divisa e polarizzata quanto l’esperienza del Sé.
Perché compaiono gli altri criteri del DBP
Quando una persona deve evitare alcune parti di sé (ad esempio l’odio, o al contrario il bisogno e la dipendenza) perché vissute come pericolose o intollerabili, il risultato è instabilità interna. Di conseguenza, gli altri diventano – spesso inconsapevolmente – strumenti cruciali per la regolazione del Sé: non più semplicemente partner relazionali, ma “supporti” necessari a mantenere un’immagine di sé tollerabile.
Se, ad esempio, una persona può sentirsi adeguata solo quando si percepisce stimata o speciale, tenderà a controllare molte variabili relazionali per evitare di contattare la propria inadeguatezza. Analogamente, se non riesce a tollerare la propria ostilità o il proprio disprezzo, può facilmente attribuirli agli altri e percepire l’altro come giudicante o crudele. Quando gli altri non svolgono il ruolo che il paziente, senza esserne consapevole, assegna loro (o quando si allontanano, deludono o rifiutano), si può attivare un’intensa cascata affettiva: rabbia, disperazione, agiti impulsivi, ideazione suicidaria transitoria o comportamenti para-suicidari.
Il razionale della Transference-Focused Psychotherapy (TFP)
Questa comprensione del DBP come organizzazione scissa delle rappresentazioni di sé e dell’altro è alla base dello sviluppo della TFP: un trattamento che utilizza sistematicamente il lavoro sul transfert per identificare, chiarire e integrare le diadi scisse, riducendo acting-out e instabilità, e favorendo un’identità più coerente e relazioni più stabili.